ENTRE-PRISE

«Così voi uomini: utili soltanto all’accoppiamento.»
Mileena mostrò i canini appuntiti e si gettò, svogliata e languida, contro la sedia, facendo cadere sul pavimento il cappotto grigio dai bottoni piatti; una musica dura, che ricordava il pathos dei vetri infranti, prese a suonare con scanzonata gaieté.
«E il ragazzo brasiliano?»
Senza togliere il cappello a tesa larga che le nascondeva il viso minuto, da piccola volpe, portò alle labbra il bicchiere – una goccia resinosa di liquore ne percorreva, incerta, il bordo – e una luce cattiva le fu negli occhi allungati, occhi che sprizzarono lampi: era il momento in cui il suo pugnace sarcasmo-disprezzo doveva essere sfamato.
«Oh, quelle idiotie!» e agitò la mano, come a voler respingere qualcosa di estremamente penoso.
«Mi ha chiesto di incontrarlo» Mileena si schiarì la voce, sollevando le dita prive d’anelli; un vecchio strato di smalto che non era più stato rimesso – dolce pigrizia! – le aveva lasciato lacrime viola sulle unghie.
«“Misureremo la distanza tra me e te – tra la tua città e la mia – la divideremo per due e useremo il risultato per determinare il luogo, assolutamente imprevisto, del nostro incontro”.» scimmiottò, imitando male un accento portoghese che era, piuttosto, spagnolo.
«Credevo che frasi tanto melodrammatiche fossero out of style
«E tu, Mileena, cos’hai risposto?» agli altri piaceva pronunciare il suo nome-musica.
«Che avevo già sentito fanfaluche del genere.» disse in un ghigno, posando il bicchiere ormai vuoto sul tavolo, lì dove aveva dimenticato i guanti.
Mileena non era sempre cattiva: era arrabbiata – sognatrici indefesse come lei danno vita, spesso, alle più stravaganti macchinazioni. Riteneva il mondo colpevole d’averle fatto creder possibili cose, in realtà, impraticabili come l’amore, la tenerezza, l’aurora boreale. Tutti dovevano, perciò, pagare il fio dell’offesa che l’era stata recata.
Mileena era dura, cinica, e tormentava senza pietà gli uomini che di lei si infatuavano – cosa che, secondo la sua asprezza implacabile, era sintomo di incoscienza – prendendosi gioco delle frasi galanti che le rivolgevano. Sviliva chi ne lodava l’animo sensibile e incline al romanticismo – aspetto della sua natura che la piccola volpe cercava sistematicamente di sopprimere – insultava, e con vocaboli rozzi che avrebbero fatto impallidire il più volenteroso dei bestemmiatori, chi elogiava con intento palesemente copulatorio il suo corpo acerbo. Mai dirle che era bella, ché non l’avrebbe creduto, mai dirle che non lo era – altrimenti avrebbe trascorso mesi di violenta disincarnazione – mai pronunciare davanti a lei la parola “eglantina”, ricordo dell’uomo che per primo aveva amato e che, proverbialmente, le aveva spezzato il cuore.
Mileena, naso piccino che rendeva manifesti i suoi gusti incontentabili, capelli ondosi e arruffati – che lei, con spregio delle norme convenzionali, rifiutava di pettinare e di tagliare – era Scrittrice. Una delle sue ultime giocose, imprese era stata pubblicare una raccolta di racconti dai titoli volutamente errati – que gamine! – battendo le mani divertita quando, poi, i lettori avevano smarrito il senno cercando di decifrare le sue intenzioni e dando avvio a critiche pretestuose quanto errate.
«Come vedete: pura retorica!»
Mileena giocava, Mileena si faceva beffe del prossimo suo con elegante ironia, e spesso le cattiverie che diceva venivano scambiate per celie innocenti, ammorbidite com’erano da risa soffuse che le facevano stirare la piccola bocca rossa.
“Chi può fermarmi?” sembrava chiedere, con superbia.
Bello sarebbe stato, certo, lasciare che l’irrazionalità la vincesse: trovare qualcosa – o qualcuno, benché fosse impossibile – che l’afferrasse, facendole scivolare dalle dita quelle redini che teneva così saldamente.
Ma chi  avrebbe osato tanto, se profonde erano le ferite riportate da chi, incautamente, l’avvicinava?
“Amare una così?/ Ma quella ti si avventa addosso!”
Tutto le pareva incolore, insapore: ciò con cui si baloccava, e con distratta attenzione selvatica, non l’aveva mai accesa d’interesse. Ricordando solo allora, dopo il soliloquio che in lei era massima espressione d’ennui, di raccogliere il cappotto, Mileena notò che, al proprio tavolo, una sedia era vuota.
«Chi deve arrivare, ancora?» domandò, infastidita come se quell’assenza di corpo, a fronte della futile presenza degli estranei, dei clienti diligentemente incolonnati davanti alla cassa, del cameriere che le parlava – e che lei, come al solito, non ascoltava – fosse cattivo presagio.
«Chi viene?» chiese ancora con un disprezzo che pareva voler dire, di nuovo “Chi può fermarmi?”
La sedia fu presto riempita.
Lui, quella sera, indossava una sgraziata maglietta nera – così caratteristica della sua persona, ma questo Mileena l’avrebbe scoperto in seguito – che arrivava malamente a coprirgli gli avambracci.
“Fa freddo.”
Quell’abbigliamento anacronistico era contro tutto ciò che lei riteneva consono all’inarrivabile esattezza dell’ immaginazione: non era così che doveva accadere – eppure stava avvenendo, malgrado l’assenza di grazia. Mentre Vega la guardava, subito distogliendo gli occhi – très fou! – frammenti del pane bianco cui si stava dedicando gli restarono appesi alle labbra. Le narici delicate di Mileena si arricciarono contrariate, e gli occhi si spalancarono in un’espressione di estatico terrore che donò una sfumatura curiosa – nuova umana, nuovamente umana – al suo viso.

Simona Friuli

Leave a Reply

Your email address will not be published. Required fields are marked *

*