MILEENA FUGGE NEL FOLTO DEL BOSCO

Screenshot_2016-04-03-18-29-00-1

“Ma se si doveva andare, senza un bosco in cui arrivare, aveva dunque senso andare da qualche parte?”

Avvolta in una pelliccia di sgargiante argento-polvere che sotto il gioco del sole pareva azzurra, Mileena si affrettò verso il raduno di alberi; riparò, come poteva, il libro che aveva con sé da una pioggia inconsistente e inapprezzabile – odiava le cose prive di forza. Era necessario che non s’attardasse troppo, ora che stava fuggendo – Mileena sgattaiolava, Mileena guardava le siepi d’alloro con iraconda passività. La piccola volpe – un’amica preziosa le aveva attribuito quell’insperata somiglianza di cui lei, collezionista di soprannomi, si era immediatamente appropriata – avanzò ancora sull’angusta stradina sassosa; attorno a lei elegante in maniera sbagliata, vestito di nero tulle da ragno, solo la stretta rigogliosa dei campi. Ricordava, mentre procedeva assorta, quella sera d’inverno ormai lontana e si chiedeva perché, perché nonostante-malgrado-a dispetto di tutto dovesse esser priva di valore.
Arrivò: chinando la testa sotto l’intrico di rami giallo-azzurri, spinse le grate del cancello, insinuandosi nel folto del bosco. Sempre, per la ruvida bestiola, v’era stata la necessità di riunirsi al verde dell’erba, di cercare il sentiero nascosto, inerpicandosi, magari, tra i fusti cenciosi del grano, scoprendo strade segrete: era lo sbalordimento dell’avventura, istanti di rimpianta fanciullezza che la riportavano alle indimenticate ore di gioco. Mileena non poteva scorgere prato o foresta, per quanto indegna d’esser chiamata tale, senza volerne percorrere il suolo. Era strana, la gioia che provava trovandosi sola sulla terra riarsa, sentendo nelle orecchie – accompagnamento perfetto alle poesie che  salmodiava a ritmo dei passi – il pigolio degli uccelli o il frinire petulante delle cicale, piuttosto che il babillage dei suoi simili, in branco: la solitudine era un tesoro che le petite renarde custodiva ferocemente e che nessuno, tranne pochi amici inestimabili, doveva  sottrarle. Ma cos’era, l’alienazione, di tanto straordinario se molti, tra gli uomini, giungevano a ipocrisie e compromessi pur di evitarlo?
Incapace di tollerare ancora il fastidio che lì l’aveva fatta fuggire, sotto la cui puntura si dibatteva come la farfalla trafitta dallo spillone, crollò sull’erba generosa, attenta a schivare l’ortica. C’erano tante cose, a questo mondo, grazie a cui dissimulare: il triste gioco del tarassaco, mutilato delle sue spore da un suo soffio poderoso, il divertissement del ragno rosso che galleggiava tra i rami del susino  e che, dal vento, era stato perduto nel fitto del prato – non era abbastanza per una volpe? Tutto ciò che decorava la sua solitudine era benedizione.
Eppure…
Mentre posava lo sguardo su un frammento di cielo si raccontò: lo aveva visto sei volte soltanto – altri incontri avevano seguito quell’uno che era stato tanto fatale e che si ostinava a non tener in conto – e aveva nutrito nei suoi confronti, un’immediata e selvatica antipatia. Ma purtroppo – pauvre elle/ poor M. – era stata costretta ad arrendersi: le redini erano scivolate dalle sue dita, ed era rimasta perplessa, narici frementi e labbra contratte, nella sua nuova e imbarazzante inermità. Vega l’aveva stanata; davanti a lui non sapeva parlare.
“I talk in a daze/ I walk in a maze.”
Era stato così che poi, nell’imprevedibilità apocalittica del loro secondo incontro, quando avevano goduto di qualche istante di casta vicinanza – malgrado tutto tra loro, v’era un che del ritorno all’infanzia, il percorrere a mani intrecciate un terreno d’impura felicità – Mileena aveva scoperto, dopo averlo inavvertitamente sfiorato, che il conforto delle Torri d’Avorio le era meno desiderabile. Mai più l’avrebbe incontrato – jamais, jamais, jamais! – malgrado Vega glielo avesse chiesto ripetutamente per gioco, per inerzia, per quel disdicevole non dar peso alle cose che contraddistingueva la sua indole scellerata. Furente, il sopracciglio sinistro inarcato, Mileena ricordò il momento epifanico – quando era stato? – in cui aveva compreso che ciò che aveva agognato e temuto, l’approssimarsi di qualcosa che trascendesse la bidimensionale normalità, era ormai realtà da osteggiare. Un giorno di fame per la sua ironia da bestia, a cospetto delle parole d’amore che Vega le aveva gettato contro – scherzo o verità era mistero – non l’aveva canzonato come sarebbe avvenuto con altri, ma aveva scandito, mentalmente, quelle sillabe fantasma, senza consistenza finché non aveva avuto vergogna della propria ingenuità. Ma quell’insubordinazione istintuale era stata subito soffocata e, adesso, Mileena era pronta a far danno. Sollevandosi dall’erba-culla che, pregna di pioggia, le aveva inzaccherato la pelliccia, si rifugiò sotto le sontuose fronde del pino, estraendo dal libro i tre cartacei frutti del suo bellicoso sarcasmo.
Quanto, la piccola volpe, si era affannata sulla distesa di carta, sublimando, sublimando ancora!
In quell’indolente settimana di toshka e scrittura la monella aveva congegnato un nuovo modo di irridere il prossimo suo: un esercizio-scherzo che aveva richiesto tutta l’impostura di cui era capace. La volpe crudele, vorace, aveva composto con beffarda furfanteria alcune lettere d’amore: brevi, farsesche dichiarazioni, sentimentali fino all’avvelenamento, indirizzate a interlocutori diversi. Il primo di questi abomini della retorica era per il vicino di casa, reo di aver espresso, a voce troppo alta e con una certa veemenza, la sua soddisfazione post-coitale – dopo l’intervento di Mileena difficilmente tale felicità si sarebbe ripetuta – un altro, per puro artificio, a quello sdrucito esemplare maschile che era stato l’uomo-eglantina e l’ultimo, ancora, destinato a mortificare un incauto ragazzino, questa volta indiano, che le aveva chiesto una grazia troppo grande: parlarle al telefono.
“Poor thing, non si fa così, no-no!”
Non erano lettere che a un osservatore competente sarebbero parse credibili – disdicevole inadeguatezza per chi si imponeva la grandezza – ma era necessario che si divertisse. I canini appuntiti, da belvetta, scintillarono di perverso diletto al pensiero degli occhi che, disorientati, avrebbero interrogato la sua scrittura caotica. Chiuse le buste, leccandole con impegno – da sempre il contatto con la saliva altrui cagionava agli esseri umani notevole disgusto. Pensò di nuovo a Vega il leggero, Vega-foschia; era certo, Mileena aveva desiderato – il suo cuore insospettabilmente sentimentale faceva sì che sognasse in sovrabbondanza – ma quando il desiderio si era compiuto, l’incontentabile aveva provato soltanto freddo terrore e la necessità di tornare al suo volontario esilio da regina pazza. Si liberò della pelliccia con disdegno demoniaco – sprezzo che voleva insultare l’opulenza di quell’indumento privo di significato che, però, indossava sovente – e tornò a gettarsi nell’erba, godendo dell’umile giallore dei tarassachi che aveva falciato, del vestito pagato a caro prezzo che si gualciva, abbandonandosi sui filamenti verdi adorni di  perle d’acqua; una polygonia dalle ali arancio-bruciato barcollava ubriaca sui suoi capelli. Era questo il tesoro della solitudine e lei era felice di custodirlo – non avrebbe cambiato questo, di sé, mai –  perché c’era qualcosa di salvifico, di consolante nell’isolamento in cui era protetta: si apparteneva, era forte soltanto quando era sola.
E l’uomo-stella?
“Il tempo è così vasto, in confronto a questo.”
La piccola volpe  si interrogò: era triste, era felice? Non era niente in particolare.
Sorrise, mostrando i denti: l’oltraggiosa ampollosità delle lettere d’amore era pronta a ferire e lei si sentiva maligna, deliziosa e fiera.


Simona Friuli

 

 

 

 

 

Leave a Reply

Your email address will not be published. Required fields are marked *

*