BEING NORA

Gustave Moreau, Afrodite
Gustave Moreau, Afrodite


Nora è bella: la sua pelle è di un rosa-cipria quasi trasparente e, in certe giornate di sole malato, può sembrare bianca.
Nora ha una bocca carnosa, occhi giganti azzurro-acqua del rubinetto, azzurro-biglia di vetro; le ciglia, le ciglia di Nora sono le più belle mai concepite in natura – arcuate e sottili come zampe di pholcidae – e i suoi capelli sono lunghi e bianchi, di zucchero filato.
Nora è quasi una bambina – io che la guardo la paragono a quella principessa di nevepolvere che s’innamora di un re del deserto – e ha uno sguardo studiatamente mesto, da animale smarrito e bisognoso d’esser ritrovato. A volte sorride e sembra felice – certo chi dispone della sola vista, di quello strumento passivo che è la sibilla dei moderni mezzi di comunicazione, può conoscerla ben poco – forse persa in quel bel mondo di gioco di chi, come lei, vive una magia irripetibile.
Nora, per me, è molte cose: è la sorella più bella che non ho mai avuto – ma c’è chi colma questo vuoto – a cui ti paragonano tutti e a cui risulterai sempre inferiore, è la compagna di banco che finge di essere Wendy e a cui un Peter Pan in bicicletta porta, di notte, biscotti appena sfornati e, di giorno, mazzi di rose. Vorrei provare, per un istante soltanto, la vita di questa creatura-bambola che, qui curva sul foglio, posso soltanto immaginare; la fantasia in me è sempre stata sovrabbondante, consentendomi sogni magnifici. Così immagino di essere Nora per una sera: invento amori pazzi, rose bianche sradicate dalle loro culle di terra e deposte ai miei piedi pallidi, costruisco castelli di foglie e boschi in cui venir condotta rigorosamente per mano – e tu, ipotetico cavaliere che ami Nora, reciteresti per le mie-sue orecchie qualche verso di A line-storm song?
Fabbrico pomeriggi sul mare, acqua piatta color mercurio in cui il mio corpo – il corpo di Nora, ovviamente – si immergerebbe perfetto nel suo pallore.
Cosa si prova a essere come questa Nora che sembra fatta d’aria come la piccola sirena abbandonata dall’ingrato e volubile principe che aveva scelto per sè?
Penso che abbia calpestato più di un cuore maschile – è così facile essere schizzinosi quando si è tanto belli – e che molte braccia si siano irrigidite per lo sforzo di sostenerne il corpo, in momenti di agognata gioia carnale. Il suo viso-uovo di anatra sarà stato soffocato dai baci di più di una bocca – Nora sei una gemma, Nora fammi sentire se la tua pelle sa di caramella! – e quando si drappeggia i capelli sottili, da lamia, dietro le orecchie leggermente grandi e sembra così indifesa, quanti uomini avranno sognato di abbracciarla?
E come sei, all’interno di quel guscio magnifico che la natura ti ha donato?
Credo viziata, forse per il naso dalla punta arricciata, plausibilmente ignorante – per la poesia di Emily Dickinson che attribuisci a Tennyson – certamente simpatica, per quando hai riempito il costume della tua inevitabilmente magnifica dolce metà di sabbia bagnata.
Se mi impadronisco di tutto questo è solo con la fantasia, ma inventare ancora non ha alcuna raison d’être, benché il sogno di una festa a sorpresa per il mio compleanno – il compleanno di Nora, ma devo ancora ripeterlo? – sia a portata di pupilla: è tanto facile, benché io non lo comprenda e non lo condivida, essere oggetto di sentimenti impetuosi quando la tua pelle ha la consistenza di nuvola dello zucchero a velo, quando persino le sopracciglia sanno di fiaba.
E non devi rinverdire la fame del tuo ego necessariamente ipertrofico se, Nora, ti invidio così tanto.

Simona Friuli

 

 

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