MILEENA SCOPRE LA VITA

Vincent Van Gogh, Green wheat fields.
Vincent Van Gogh, Green wheat fields.

O, piuttosto, Mileena si dà alla demolizione?

Ciò che quel molle pomeriggio di metà maggio aveva spinto Mileena – disillusa, inerte, rassegnata, dura – a varcare le soglie del suo Sottosuolo era stato l’incubo che, lo stesso mattino, l’aveva colpita: un sogno oscuro ma tattibile, razionalmente ricollegabile a una conversazione che la coquine aveva intrecciato con l’amica che le aveva attribuito volpine sembianze.
Ecco cos’era avvenuto in quell’orrida messinscena onirica.
Vestita di un costume da pellerossa Mileena, la stregonesca notte della vigilia di Ognissanti, si accingeva a celebrare il suo venticinquesimo anno d’asprezza terrena – una festa che, nella realtà, non avrebbe mai visto la luce: avendola desiderata troppo a lungo, e con troppa speranza, mai ne sarebbe stata soddisfatta, nella realtà. Era un momento, seppur fittizio, che la piccola volpe aveva a lungo sognato: finalmente le mirabolanti battaglie-avventure tra bimbi sperduti, pellirossa, e subdoli bucanieri avrebbero preso vita nel suo modesto salotto – gli amici erano tutti in maschera, le luci erano accese e sfavillanti, ma le renarde aspettava.
“Tout cela m’ennuie à la mort!”
Mileena di cartapesta, gracile Mileena di frusciante carta velina!
Affacciata alla finestra come la più sciocca principessa fiabesca, aspettava – era più di un’attesa, piuttosto un anelare dolorosamente – che qualcuno, che Vega, tornasse: due rampe di scale soltanto li separavano. Lo scellerato ragazzo astrale era sceso in cortile, con un detestabile amico una spedizione che si sarebbe conclusa con la consegna del suo regalo ma era una distanza come incolmabile e la vulnerabile, frangibile, Mileena si era tormentata così a lungo, cercando nel buio infuocato la sagoma di lui.
“Where are you hiding, darling?”
Ma Vega era come stato mangiato dalla notte.
Quando si era svegliata di soprassalto, come dopo un incubo, il galoppare frenetico di quel muscolo a cui si attribuisce più di quanto è capace le aveva mozzato il respiro.
Mai più” si era giurata; troppo bruciante, insostenibilmente dolente era stata la sua attesa frustrata.
Da quel momento, perciò, aveva compreso quanto sarebbe stato prudente tornare alla sua confortante dimensione di bestiale insensibilità-furia; qualcosa in quella finzione mostruosa l’aveva scottata.
Non era forse quell’hybris di cui il suo claustrofilico friend in misfortune aveva raccontato tanto splendidamente?
La blasfemia di costruire così su una creatura umana, la consapevolezza improvvisa e terrificante che Vega, salendo di nuovo da lei per consegnarle il cadeau, avrebbe fatto la sua felicità – che altrimenti per lei non ci sarebbe stato niente, né ansietà, né sofferenza, né gelosia, niente-di-niente.
La costruzione, ormai, era  stata innalzata; Mileena era vittima del tyrant-spell, ma non era ciò che desiderava –  non parole-fantasma, né fetida foschia –  e adesso si sarebbe data alla distruzione: non importava quanto avrebbe sofferto dopo. Era ben decisa a nutrirsi di pietre e calcinacci.
Perciò quel pomeriggio si era agghindata in un modo che era, forse, anacronistico visto il vento fresco che le staffilava la piccola schiena: uno scialle di seta grezza rosa antico la proteggeva in modo inefficace, avvolgendo le sue braccia scarne; due orecchini troppo pesanti per le sue orecchie minuscole oscillavano – conchiglie rivestite d’argento – contro il suo collo.
Finalmente aveva scelto di andare!
L’acqua torbida del fiume, così in basso che quasi pareva disegnato tra l’erba, luccicava sotto lo sguardo pungente dei suoi occhi furibondi; il vento muoveva le foglie degli alberi, delle canne, dell’ortica, facendole cantare e tutto era silenzio-melodia, come immerso in un’inerzia priva di tempo.
Mileena tentò di scendere fino a sfiorare l’acqua – che volesse imitare la carezza penitente del salice? – ma l’ortica cresceva troppo fitta; pensò di sfiorare anche quella e fu per farlo, stava per farlo, voleva farlo: voleva sentirsi pungere.
“Ella si pungerà il dito con il fuso di un arcolaio, e morrà!
Pensò all’Ofelia di Millais, all’effetto che il suo corpo ormai evanescente, privo del pelo rosso di volpe che pure, stando al suo soprannome, avrebbe dovuto avere – non le mancava solo il colore per ultimare la sua selvatica metamorfosi? – avvolto in quel completo nero elegante, da funerale, avrebbe fatto, fluttuando.
La diga difronte a lei era sinistra, di pietra grigia, forse minacciosa, soffocata dall’edera che ne stritolava il corpo cubico; una targa di marmo bianco raccontava della sua nascita, della magna opera idraulica voluta dal Granduca Leopoldo II.
In quel momento di stasi, stropicciando la stoffa del suo pantalone svasato, palpando la sua stessa coscia striminzita su cui un morso d’insetto metteva un punto in rilievo, Mileena pensò che, in fondo, trovarsi lì piuttosto che all’immaginata finestra del suo aspettare, non fosse cosa mostruosa.
La demolizione non era la prospettiva ammazzante che aveva creduto – ma forse, piuttosto, il suo tempo si era esaurito: non si poteva più restare affacciati.
Qualcosa nel modo esitante in cui il sole le baciava la carne, piovendo sull’erba in raggi acuminati che strappavano dai suoi fili un odore pungente – vento, terra, vermi – le fece sentire tutta l’imminenza della sua resurrezione verde; tutto era perfetto per la rinascita e sanava il suo cuore che, dopo le spire di tenebra dell’incubo, dell’abbattimento della torre, era una piaga aperta. Mileena-la volpe, la fiera, era spaccata: mai le era accaduto, doveva riconoscerlo, di sentirsi tanto inerme e dolorante, quasi che ogni recesso della sua pelle d’avorio – quella pelle che tanto odiava; iniziava a rifiutarsi sin dall’epidermide – fosse stato violato, esposto, scorticato, ricoperto di sale.
Tutto la intristiva, tutto le faceva del male.
Non sapendo a cosa attribuire quel dolore che la tangibile verità del sogno aveva acuito, le petite renarde si lasciò accarezzare dal caldo e fu – dopo tanto gelo, così tanto, così tanto – come fiorire a nuova esistenza.
Non era ancora tempo, per lei, di lasciarsi guidare dal sentiero, lungo quell’argine che aveva sempre e solo sognato di percorrere – quanto sognava! Più di quanto dovrebbe esser concesso a un essere umano – staccato dalla strada da un immenso mare di erba mormorante: Mileena voleva che accadesse di notte, grazie alla lugubre luce lunare; non era ancora l’ora del compiersi dei suoi desideri.
Non era ancora tempo, ma quel momento si stava avvicinando, alla fine!
Mileena, quel giorno, aveva scoperto la vita.

To live would be an awfully big adventure.”

Simona Friuli

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