FARE AMICIZIA CON “DIETRO LO SPECCHIO”

Credits: Erica Pullia
Credits: Erica Pullia


-Partiamo dal principio: le tue precedenti produzioni letterarie, seppur non ancora pubblicate, erano di un genere molto diverso rispetto a quello di “Dietro lo specchio”. Parlaci del passaggio dalla tua base scrittoria, che probabilmente non hai abbandonato del tutto, fino a giungere al salto che ti ha portato a scrivere un romanzo tanto diverso da essa.
Dietro lo Specchio è nato per gioco: stavo ultimando l’ennesima stesura del mio primo romanzo quando è avvenuto tutto. Sono, purtroppo sin dall’infanzia, una sognatrice inveterata e la vita reale non mi ha mai soddisfatta: ne ho inventata, allora, una finta che aderisse ai miei gusti. Inizialmente ho scritto qualche capitolo per svago – volevo avventure da vivere,  luoghi sinistri e pericolosi in cui girovagare – ma prestissimo la storia, nata come divertissement, ha assunto connotati reali, unici: mi ha catturata.
Sono diventata succube della mia creazione: la realtà avventurosa, sinistra e scellerata che avevo sognato, avveniva sotto i miei occhi grazie al potere dell’immaginazione; ho spesso avuto l’impressione che ciò a cui avevo dato vita fosse più tangibile di quel che mi accadeva nel quotidiano.
Non è stato semplice, certo, il distacco da quell’habitat naturale che per me è il romanzo psicologico: Dietro lo specchio era lontano da ciò che avevo sempre scritto – un contesto interamente irreale, molti personaggi da gestire, tanti avvenimenti – e ho temuto di non riuscire a tenere le redini della storia, che è sempre stata abbastanza potente da fagocitarmi. Mi sono, inoltre, confrontata con la novità di scrivere in modo diverso: non calcando la mano, stilisticamente parlando, quanto ero solita fare e adattando ad alcuni personaggi uno stile personalizzato. La voglia di vivere tutto quel che nella mia mente era già fatto reale, poi, ha preso il sopravvento: è stata la mia stessa storia a prendermi per mano e a guidarmi, spingendomi a non avere paura, e a scriverla così come la immaginavo.

 

-E Weirdtown, la “città che sa di maledizione”, centro di “Dietro lo specchio”, come le hai dato vita? Ho pensato alla realtà peggiore che potesse manifestarsi, ho pensato a un luogo distorto, tetro, marcescente, culla di individui abietti e senza speranze con atmosfere dark, creepy, alla “The crow“. Poi la città – un dedalo di palazzi sempre uguali, detti Alveari  – si è generata autonomamente.

 

-Cos’hai provato, scrivendo? Quali emozioni ti suscita la scrittura in generale? Pura felicità e puro divertimanto: mi sono gettata in quest’avventura con entusiasmo e dedizione e presto si è innescata una reazione particolare. Ci sono state varie fasi di scrittura, e in quelle più intense ho provato un vero e proprio rigetto nei confronti della vita reale: avevo tutto ciò che ho sempre sognato a portata di penna – la mia mente mi ha concesso qualcosa di unico e straordinario: quasi un’esperienza extra-corporea – ed era terrificante doversi staccare dalla macchina da scrivere, abbandonando quelli che per me, ormai, erano compagni. Ci sono stati momenti in cui ho davvero preferito trascorrere tempo a scrivere di loro, di noi, delle nostre avventure, piuttosto che avere a che fare con chi frequentavo al di fuori della finzione! In un certo senso questo romanzo ha avuto su di me un ascendente inquietante: sono stata vittima della mia storia e ho fatto, sino alla fine, fatica a uscirne: mi aveva avviluppata, e sembrava aver raggiunto un livello di realtà quasi mostruoso. Non riuscivo a fare a meno di scrivere e ho a lungo sognato, alquanto irrazionalmente, di avere lo stesso potere di Lingua di Fata, e venir trasportata nel mio romanzo: credo che ogni scrittore desideri dar vita a qualcosa di talmente vivo da afferrarti con ossessione. In generale scrivere rappresenta, per me, un processo automatico che compio con gioia e riconoscenza. Sono grata a mia madre, che da bambina mi ha letto ad alta voce instillando in me l’amore per i libri, e poi alla maestra d’italiano che, alle elementari, individuò la mia vocazione per la scrittura e mi aiutò a coltivarla, incoraggiandomi e incanalando la voglia sfrenata che avevo di raccontare. Sono grata alla letteratura, ai libri che mi hanno formata e che mi hanno condotta a diventare scrittrice: è l’avventura più grande e più bella della mia vita. Scrivo e respiro contemporaneamente, scrivo di tutto, con entusiasmo e in qualsiasi momento: è la mia forma di comunicazione primaria, il mio habitat naturale e la mia salvezza. Se non mi sento appagata invento: la scrittura è l’unica forma di magia concessa all’essere umano e tutto, grazie alla penna, è possibile! Non di rado è un processo doloroso: venero troppo i grandi narratori  – Nabokov, in primis – per riuscire ad apprezzare a pieno ciò che faccio: non riuscirò mai ad abbandonare quell’ottica quasi di servilismo che, ogni tanto, mi spinge a chiedermi: “E Nabokov, come l’avrebbe detto al mio posto?”
Ma la gioia del raccontare prende sempre il sopravvento: riesco a emozionarmi solo scrivendo.

 

-Hai dei rituali quando scrivi? Un orario prediletto, utilizzi il computer, ascolti musica o prediligi il silenzio? Raccontaci la tua vita da scrittrice. Scrivo in modo compulsivo, in qualsiasi momento. Quando esco metto in borsa un taccuino, se dormo – e non è detto che io dorma! – lo faccio con un blocco appunti accanto: quando l’ispirazione chiama obbedisco, qualsiasi sia l’ora, qualsiasi siano le mie condizioni psico-fisiche. Lavorando tendo a estraniarmi completamente, anche a discapito dei rapporti umani: in quella fase nient’altro ha importanza. Scrivo dove capita, e con qualsiasi cosa a portata di mano: prediligo l’uso della penna ma, data l’indecifrabilità insita nella mia pessima calligrafia, sono stata costretta a ripiegare sulla macchina da scrivere – anche se di notte, dato il rumore, è poco pratica. Solitamente necessito del silenzio più assoluto; con Dietro lo Specchio, però, ho creato a tempo di musica: sin da bambina, per puro amore di fantasticheria, ho associato immagini a canzoni e questo connubio, stavolta, è risultato determinante.

 

-Come nasce il titolo “Dietro lo specchio”? C’è una poesia di Lorca; il concetto espresso mi incuriosì. L’idea nacque quando, leggendo, mi chiesi cosa si celasse dietro lo specchio.

 

-I personaggi del tuo romanzo sono frutto totale della tua fantasia oppure ti sei ispirata a persone a te vicine, conoscenti, amici, parenti? Inizialmente avevo stabilito di usare, per alcuni dei miei personaggi, persone vicine: le basi sono state gettate così. La necessità, poi, di muovere alcuni di loro a favore di trama ha prevalso. Molti sono diventati ibridi: risultanza di sfumature appartenenti ad amici, e nuove nuances che ho aggiunto, affinché fossero funzionali.
Forse non è accaduto solo nel caso di Eve Sharp: sono rimasta totalmente in linea con la natura della persona che ho usato come modello. Altri personaggi ancora sono, invece, completamente inventati.

 

-Ce n’è uno che ti rispecchia, caratterialmente? C’è un personaggio in cui mi sono intrufolata, ma nessuno riuscirà a individuarlo –  forse soltanto chi mi conosce davvero. Preferisco non rivelare il suo nome, lanciando una sfida al lettore.
Trovami, se puoi!

 

-Un personaggio che ti ha causato problemi particolari, in fase di scrittura. Assolutamente Alex Poison: per lui avevo preso a modello una persona con cui ho avuto a che fare troppi anni fa: il ricordo è inevitabilmente sbiadito, e ho inventato tutto – prendendomi anche una piccola rivincita per contrappasso.

 

-Qual è stato il processo creativo che ti ha portato a dare vita a personaggi tanto particolari come Michelle, Alex, ma anche Van Cage?  Michelle rappresenta il mio Ideale dell’Io: quando ho intrapreso quest’avventura straordinaria mi sono chiesta come avrei voluto essere in un mondo tanto distorto – ma anche nel quotidiano, omicidi esclusi! – e le ho dato vita. È assolutamente il mio personaggio preferito e ha valore inestimabile. Per quanto riguarda Van Cage, tutto è nato per caso: Dietro lo Specchio era appena in fasce, quando ho sentito che alla mia Burattinaia era necessario un comprimario. Ho pensato a Catherine e Heathcliff, a Bonnie e ClydeMichelle e Van hanno questo tipo di legame irresistibile e, di certo, molto contorto – e ho dato vita al mio uomo ideale, infondendogli l’intelletto analitico del signor Spock, l’intensità sentimentale di Heathcliff, e buone dosi di sarcasmo. Mi sono letteralmente innamorata di questo personaggio – ha fascino unico, malgrado le sue imperfezioni squisitamente umane – e gli ho concesso sempre più spazio. Per quanto riguarda Alex, credo di aver già risposto in modo esauriente nella domanda precedente.

 

-Come sono nati i personaggi di contorno? Mi riferisco al Bestiario. Avevo bisogno di introdurre il lettore nella storia, facendogli percepire interamente la sua atmosfera sinistra: tutti sono nati con questa funzione. Mi sono piaciuti subito: abbiamo sviluppato sin dal principio un ottimo rapporto di curiosità reciproca, e parlare di loro, della loro “vita” quotidiana, è stato un vero piacere. Con Harleen è stato leggermente diverso: ho pensato a lei sempre con la necessità di rendere Weirdtown tangibile, e ne ho preso in prestito i contorni da una Harleen Quinzel molto, molto più famosa…
Per quanto riguarda Catrina e Lilith, diciamo che esistono realmente: colleziono bambole da due anni.

 

-Nel romanzo compaiono tre diversi covi, per quanto riguarda le rispettive bande. Sono frutto della tua immaginazione, o basati su luoghi reali? La struttura che ospita il Borderline, il primo locale che viene presentato al lettore, esiste realmente: si tratta di un edificio fatiscente, vicino casa, utilizzato come scuderia. Per il Trash ho preso in prestito un pub irlandese che, l’anno scorso, frequentavo assiduamente: è suggestivo e peculiare proprio come lo racconto –  sono stata molto fedele, nella sua descrizione. Il Devious, terzo e ultimo luogo di perdizione, è invece pura fantasia: ho tratto ispirazione dal locale covo di Top Dollar, in The Crow, ma solo per quanto concerne l’atmosfera.

 

-Qualcuno potrebbe storcere il naso, in merito alla questione “violenza”. Dietro lo specchio è una distopia: la violenza fa parte del gioco.

 

-Perché quest’insistenza musicale? La musica è stata veicolo emozionale e, soprattutto, creatrice di veri e propri momenti: senza l’aiuto delle canzoni scelte appositamente molte scene non avrebbero avuto la stessa potenza.

 

-Perché hai scelto di muovere così tanti personaggi? Come è stato il confronto con un romanzo corale quindi? L’intenzione era quella di dare spazio a diverse persone, rendendo tutto estremamente reale. Pensando alla serie a fumetti di Batman in cui ogni personaggio è caratterizzato con abilità tale da consentirgli di sostenere una serie parallela in solitario, ho cercato di fare altrettanto, volendo dare al lettore la possibilità di fare amicizia o identificarsi con chiunque preferisse – in tutta onestà non sono riuscita a far questo come avrei voluto. Non è stata un’impresa semplice: da sempre preferisco focalizzarmi su uno o due personaggi; con Dietro lo Specchio ho dovuto approfondire story-lines che, a livello emotivo, non mi hanno toccata, e proprio per amore di diversificazione.

 

-Il tuo romanzo è di genere distopico: in quali aspetti, però, ti sei distaccata dalla contemporaneità? E quali hai, invece, ripreso dalla tradizione? Di certo mi sono alienata dalla contemporaneità a livello stilistico, correndo un rischio perché il pubblico di genere potrebbe non ritrovare lo stesso modus narrandi che, proprio a quel genere, lo ha fatto affezionare; ho scelto, inoltre, di dare profondità a tutti i miei personaggi: il lettore conosce i loro pensieri, i loro turbamenti – solitamente, in questo genere che si muove “all’esterno” non si concede molto spazio all’interiorità. Anche il ruolo ricoperto da Michelle si allontana da quello a cui ci hanno abituato le protagoniste femminili degli ultimi anni –  e in merito preferisco non dire di più. Lo stile che ho adoperato, sforzandomi di non appesantirlo andando fuori contesto, è quindi ripreso dalla tradizione; c’è anche una sottotrama che insiste molto sull’aspetto artistico-culturale che va a riallacciarsi ai distopici del passato.

-Non temi critiche, in tal senso? Le critiche sono insite nel mestiere dello scrittore: la lettura è estremamente soggettiva e muove corde diverse in ognuno di noi; è logico che qualcuno storcerà il naso. Non sono, però, impensierita: Dietro lo specchio è la grande avventura a cui mi sono dedicata con entusiasmo sfrenato – ed è certamente l’avventura che ho sempre sognato. Nella peggiore delle ipotesi potrò dire di aver sbagliato con cognizione di causa.

-Parliamo delle illustrazioni. L’idea, in fase iniziale, era quella di un grande romanzo-graphic: un’opera dal sapore fumettistico, con scritti di livello elevato. I costi di stampa, purtroppo, mi hanno costretta a desistere: non sempre si può realizzare quel che si ha in mente. Noto che l’arte del fumetto è spesso misconosciuta o reputata inferiore; non sono per niente d’accordo, perciò ho fortemente voluto la serie di illustrazioni a corredo di Dietro lo specchio nonostante l’impossibilità di inserirle in corso d’opera, a ulteriore conferma della sua natura grafica. Erica Pullia, la madre dei disegni, è stata straordinaria prevenendo i miei desideri, e prestandosi con un entusiasmo genuino che non scorderò mai: abbiamo lavorato insieme con molta passione.

 

-Adesso che l’avventura è finita come ti senti? Vuota e mutila: negli ultimi due mesi di lavoro non vedevo l’ora di portare a termine il romanzo, ma quando ho scritto la parola fine, e concluso l’ultimo capitolo, sono stata afferrata da una commozione terribile. È stata la chiusura irreversibile di un ciclo: tutto quel che ho provato scrivendo, le avventure che ho vissuto in prima persona dato l’altissimo livello di coinvolgimento, era giunto al termine – e le emozioni non tornano mai indietro, intense e pure come la prima volta.

 

-Weirdtown rimarrà immobile o hai qualcosa di nuovo in mente? Weirdtown non è mai immobile: ho la sensazione che esista senza fatica alcuna, a prescindere da me. E non posso starle lontana troppo a lungo: tornerò certamente tra gli Alveari, dai miei amici e dalla mia Michelle.

Claudia Colucci.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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