MILEENA E HANNES, DI NUOVO

Credits: Laura Makabresku
Credits: Laura Makabresku

E dal giorno del loro primo, fantasmatico, incontro – c’era una volta, in quel regno oggi dimenticato, una principessa distratta – Mileena non si era più trovata senza di lui.
Durante i suoi vagabondaggi volpini sotto le querce, alla ricerca della ghianda forata – My kiss saved her! – che aveva sempre sognato di trovare, Hannes, il corpo nerboruto appollaiato a fatica sulla panchina troppo piccola per contenerne il vigore, la osservava attentamente: aveva stabilito che niente, del mondo guasto, dovesse raggiungere quel bizzarro animaletto. Le faceva la guardia come un cane ingombrante.
Niente dovrà mai farle male!”
E quanto avevano condiviso già!
C’era stato il momento in cui Mileena, sdrucciolando sul suolo melmoso e ricoperto di foglie morte, si era guardata attorno, alla ricerca di un appiglio; Hannes era corso da lei e, sfiorandole il braccio con una delicatezza impossibile da supporre in lui – a malapena un soffio, il battito d’ali di un uccello implume – era riuscito a sollevarla.
«Dove ti fa male?» le aveva chiesto, vedendo che il volto affusolato di lei si era come rattrappito. L’uomo osservò con tenerezza le scarpe di vernice nera che le stringevano il malleolo; infantili – la fibbia ellittica, di metallo scuro a foggia di fiore – e insensate: così inadatte ai sentieri del bosco!
Un moto di sentimento, ancora giovane e indifeso, gli scoccò nel cuore; Hannes le sorrise.
La volpe aveva scosso la testa, in un fremito del musino appuntito: il modo in cui le si era rivolto, quasi fosse una cosa fragile, appena nata, da tenere in vita a qualsiasi costo, le aveva fatto germogliare dietro i bulbi oculari lacrime pungenti che, con eroica determinazione, aveva ricacciato indietro.
Se è tanto gentile con me e perché, di certo, fa il suo mestiere. Cosa può essere? Un guardiacaccia?”
E aveva pensato, aggrottando la fronte, all‘Amante di Lady Chatterley, soffocando una risata cattiva.
E un’altra volta, quando l’incauta renarde aveva deciso di darsi all’arrampicata sempre della stessa quercia vessata e – vestita in maniera ancor più inappropriata: pantalone di velluto azzurro, sotto-giacca di pizzo, lo stesso che le dita bugiarde di Vega avevano sfiorato – in punta di piedi, tendendo le mani come una bambina maldestra e malconcia, non era riuscita a cogliere la ghianda che aveva attratto la sua attenzione. Si era mossa in maniera troppo avventata; poteva cadere da un istante all’altro.
Perché è tanto incosciente?”
Hannes, materializzatosi dal nulla – la stava osservando da tempo, controllando che non si ferisse – le era balzato accanto, afferrandola per la collottola.
«Hai bisogno di me?» le aveva domandato bruscamente: la sua voce ruvida, da amante del tabacco, mal si addiceva a ciò che aveva appena chiesto.
Il gigante era ombroso, non di rado tetro, di certo taciturno: già il fatto che avesse emesso parola era miracoloso.
«
Oh, è una sciocchezza…» aveva replicato lei, agitando i ricci, e ridendo di quella risata dura e impacciata che aveva, quando si trovava in forte imbarazzo.
Adesso vedrà quanto sono appuntiti i miei denti e, certamente, smetterà di corrermi appresso come un mastino.”
E in quel momento, la sciocca renarde, riuscì davvero a provar vergogna per i suoi dentini; chiuse la bocca, gettando un’occhiata timorosa – ben poco era rimasto della coquine che tormentava balocchi umani – al volto corrucciato del suo soccorritore, a quegli occhi di denso carbone.
«Tu devi chiamarmi sempre, per qualsiasi cosa.»
Una frase certo teatrale, ma proferita con la semplice determinazione dei giuramenti.
Hannes, infatti, le aveva promesso fedeltà.
Non ci sarà ghianda che non sarò disposto a strappare dal ramo, quercia tanto alta da impedirmi di coglierti al volo” – ma era Mileena, forse, un fiore spelacchiato? – “quando scivolerai, per colpa delle tue sciocche scarpette.”
E da quel pomeriggio la volpe selvatica, adesso rabbiosa e tormentata, non mancò mai di trovare, sotto la quercia, qualcosa che Hannes-mastino fedele, portava per lei: una falena morta dalle ali miracolosamente intatte, un nido di piccole dimensioni ancora tiepido, un teschio di upupa dal biancore ottundente.
Il cuore rosso della monella si contrasse più e più volte: acqua nel suo deserto.
E pensò, con il sorriso mesto e paziente dei convalescenti, che davvero era stata ferita troppo a fondo – “Sono ben poca cosa, alla fine.” –   se arrivava a commuoversi per una gentilezza tanto inoffensiva.

Simona Friuli

 

 

 

 

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