MILEENA SOGNA

Credits: Laura Makabresku.
Credits: Laura Makabresku.

La sua vita, ormai, si divideva in Prima di Vega e Dopo di Vega – p.V, d.V, denominazione che aveva del blasfemo.
Era logico quale delle due ere, l’indocile Mileena, preferisse: prima c’era stato l’uomo-eglantina, spazio soltanto per gli “andiam via-quant’è tardi-non posso dimenticarti”. E corse sfrenate, col vento che le baciava il muso appuntito, i piedi che calcavano l’erba, la paura di inciampare e stracciarsi i pantaloni “buoni”.
E Mileena-selvaggia, come si addice ai suoi simili, era stata felice e libera sul verde, nascosta nel grano mentre schiacciava i ranuncoli col suo corpo da burla: ma la passata felicità sembrava cosa accaduta a un altro, tanto fonda e vuota era la sua rassegnazione d.V: cenere, stoppie riarse, paura.
Non le era più sufficiente attingere a quei momenti affondati nelle nebbie del tempo: voleva riafferrarli, tornare a quando aveva appena squarciato il bozzolo della vita e ne era emersa con pelle-membrana ancora fragile.
Nell’era della cenere e del vuoto, adesso, Mileena si sentiva in un certo qual modo perseguitata, e proprio dal fantasmatico ragazzo astrale: non c’era luogo in cui andasse che – e con una mockery che aveva dello straordinario – non le parlasse di lui: troppe allusioni perché potesse godersi la sua assenza leggera.
VEGA, urlato a lettere di ferro su un monumento ai caduti – un volo, il numero dieci accanto alle quattro lettere fatali – lo spettro del suo odore sul collo di uno sconosciuto a cui la piccola volpe si era tenuta vicina come un animale sperduto, e l’ennesima beffa della sua costellazione – la lira di Orfeo che l’aveva, però, spedita per sempre nell’Ade – in controluce su un foglio gualcito.
Vorrei non aver più memoria: essere nuova come l’acqua…”
E il sogno che quella mattina l’aveva destata, avvolta nelle spire calde delle lenzuola come in un nastro, era stato così vero da farla boccheggiare quasi stesse annegando. Aveva aperto gli occhi, sporca di sonno.
“Perché esistono sogni tanto insensati? ”
Vega era con lei, con i loro amici e qualche sgraziato sconosciuto, imbastito dalla sollecitudine dell’inconscio mileneesco; si trovavano in una strada deserta e stavano arrampicandosi – chi tentava l’ascesa? Lei, un estraneo? – su una malconcia scala a pioli. Lo scopo di quest’insidiosa arrampicata era quello, nobile quanto futile, di raddrizzare la rotondissima insegna al neon di una vecchia taverna.
Lo scellerato indossava una maglietta celeste che Mileena non gli conosceva, e le gravitava ostinato attorno come un satellite ebbro, flettendo il corpo nervoso; rispondeva all’indifferenza dell’iraconda renardeWhere are you hiding? / Why are you hiding darling? – con ostentato livore, lanciandole gelide occhiate colme di rimprovero.
Ma un animale selvatico fugge, se minacciato, e Mileena si era allontanata dagli altri, scappando all’interno della notte.
Un cancello aperto in cui intrufolarsi, un giardino, illuminato dai globi di lampioni bassi, che aveva la stessa mollezza del bosco ceduo. Aveva piovuto da poco – ormai sveglia, la piccola volpe aveva ricondotto la pioggia a quella della notte precedente, che doveva aver condizionato la finzione onirica.
Una foglia lobata – cerro, roverella? e ricamata di giallo si attardava sull’erba accesa dalla luce, troppo bianca e posticcia per esser reale; Mileena la scavalcò con insolita premura e subito, addentrandosi nel cuore del giardino, si sdraiò sul muschio umido e verde.
Incrociando le gambe prese a cullarsi, nel grembo della terra, con la stessa lentezza di quando era bambina; voltò la testa, posando l’orecchio sul terreno umido, lasciando che il viso aderisse al cuscino sicuro del verde fresco, e sentì un battito attraversare il suolo: il bosco-giardino risuonò dei passi di Vega.
Gli altri passi mi fanno nascondere sotto terra. Il tuo, mi fara’ uscire dalla tana, come una musica.”
La renarde, scorbutica, impaurita, sapeva – e con una certezza che era mostruosa – che sarebbe stata braccata: ed ecco l’uomo-stella, pallido, opalescente contro la notte verde, incomberle addosso. Parve volersi sedere sopra di lei e rispose con la stessa durezza con cui l’avrebbe punta, punita, nella realtà, agli spietati tentativi di Mileena di sminuire la portata di quel che stava per fare.
«Stai in silenzio» comandò: l’arroganza di un sovrano.
Si era quindi seduto al centro delle sue gambe raccolte, prendendole poi – la geometria del sogno era molto inattuabile – le mani, guidandole prima sulla sua pancia, poi sul costato: il cuore di Vega pulsò con implorante violenza sotto le dita aperte, sbocciate, di lei.
«Senti.» un ordine – un altro – piuttosto sciocco.
La bizzosa Mileena si era svegliata allora, volendosi strappare da quell’incubo, da quel momento che, in un istante di paludoso dormiveglia, aveva sperato fosse ancora possibile raggiungere. Era tornata, perciò, prima di ascoltare impotente la risposta della finta sé stessa che si era lasciata muovere come una bestiola domestica dalle mani bugiarde di Vega, all’acromatica era in cui niente aveva sapore.
Ma,  nella sua vita-sveglia, era comunque rimasto il sapore del sogno: il flebile e incandescente bagliore di una stella ormai morta.
C’era stato, però, un primo sogno, un bel sogno che poteva sconfiggere questo e Mileena-volpe – così inerme da non aver più voglia di cacciar galline – lo riesumava sovente.
Era il volto di Vega ma, meraviglioso, non ricordava a chi appartenesse…
Di chi è questo viso?” L’aveva riconosciuto tardi e, per quell’esitazione, si era sentita nuova. I dentini si erano scoperti e il naso era stato attraversato da un palpito delizioso.
Vega, perciò, non sarebbe esistito più.

Simona Friuli.

 

 

 

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