LA REGINA DELLE NEVI

The Snow queen, Edmund Dulac
The Snow queen, Miss Liza

La trama
Uno specchio stregato, che precipita dalle mani dei suoi artefici, si frantuma sulla terra in miliardi di pezzi. La sua magia è oscura: quando questi frammenti penetrano negli occhi degli esseri umani, lì rimangono, condannando chi ne è vittima a vedere tutto distorto, ad avere occhi solo per ciò che v’è di sbagliato nelle cose; se poi il granello di specchio si conficca nel cuore, allora esso diventa un blocco di ghiaccio. È inverno, e Kay e Gerda, che abitano vicini, trascorrono i pomeriggi davanti alle finestre ricoperte dal ghiaccio, riscaldando degli scellini di rame sulla stufa per fondere la brina e spiare, da quei piccoli fori, il mondo circostante, oppresso dal freddo; all’esterno turbina la neve.
«Sono le api bianche che volano.» dice la vecchia nonna di Kay.
«Hanno anche una regina?» chiese il bambino.
«Sì, ce l’hanno: vola lì dove sciamano più fitte. È la più grande di tutte e non si ferma mai sulla terra, torna a volare verso la grande nuvola nera. Molte notti d’inverno vola attraverso le strade della città e guarda dalle finestre. E così si ghiacciano in maniera strana, come fiori.»
«La Regina delle nevi può entrare qui?» chiese Gerda.
«Che venga, così la metterò sulla stufa calda e si scioglierà!» disse il bambino.
La tracotanza di Kay viene presto punita: di sera, quando tutti dormono, il bimbo sbircia di nuovo attraverso il vetro; un fiocco di neve, il più grande degli altri, si posa sul davanzale – è un fiocco di neve bizzarro, e cresce fino a diventare una donna vestita di un sottilissimo velo bianco che sembra formato da miriadi di stelle. È una sconosciuta bella e delicata, ma fatta di ghiaccio; nei suoi occhi non v’è calma né riposo. Il giorno dopo quel misterioso incontro, Kay sente una puntura nel petto; qualcosa sembra essergli entrato nell’occhio: si tratta proprio di uno dei frammenti distorcenti dello specchio malvagio. Il bambino subisce una metamorfosi: diventa cattivo, egoista, irriverente: a causa del vetro che gli si è conficcato nel cuore punzecchia la piccola Gerda che, pure, continua a volergli bene; persino i suoi giochi cambiano, acquisendo una natura razionale, incongrua in un bimbo tanto piccolo. E, alla fine, La Regina delle Nevi, con la sua slitta dipinta di bianco, va a reclamare il suo nuovo servo, avvolgendolo nella sua opulenta pelliccia, baciandolo sulla fronte.
Quel bacio era più freddo del ghiaccio: gli entrò fino al cuore, che era già per metà un blocco di ghiaccio; gli sembrò di morire, ma solo per un istante, poi gli fece proprio bene. Non sentì più il freddo che c’era intorno.”
Così Kay dimentica la nonna e Gerda; ma Gerda non scorda lui: non crede a coloro che lo danno per morto, e corre nel vasto mondo a cercarlo…

Immaginazioni di Nord, di Peter Davidson.
La Regina delle nevi è una delle narrazioni paradigmatiche del viaggio verso nord; nel palazzo della temibile sovrana, nel gelido Finnmark, ghiaccio, vetro e specchi si intrecciano. Questa è l’immaginazione che gli scandinavi hanno della potenza del gelo nella sua forma più cupa. Il castello è il centro del freddo metaforico e reale, di tutto quanto si oppone al caldo: è desolato e desolante, costruito da Andersen come metafora della “nordicità” più assoluta ed essenziale. “Le pareti erano fatte di turbini di neve e le finestre e le porte di vetri taglienti; c’erano più di cento scale, a seconda di come la neve turbinava, la più grande si estendeva per molte miglia tutte illuminate dalla forte aurora boreale, ed erano così grandi, così vuote, così scintillanti.” Kay si trova, quindi, all’inferno – un inferno che, aggiungo io, ha echi danteschi – a rimescolare i pezzi del ghiaccio in frantumi: se riuscirà a comporre “Eternità” sarà libero; purtroppo dimentica continuamente quale sia la parola che deve formare. Contro l’inverno del Nord, l’unico antidoto è la società, l’interconnessione con gli altri; il cuore congelato del povero Kay è allegoria del solipsismo che degenera in auto-estromissione dalla comunità. In un certo senso il bambino di Andersen diventa Wendigo, persona che, secondo la definizione di Paulette Giles, è stata conquistata dal nord, smarrendosi nella sua estensione maligna, perdendo sé stessa.

Freddo e Razionale.
Da sempre ciò che è gelido, è associato alla sfera del razionale, dell’intelligente e del perfetto; “La Regina delle Nevi” non si distacca da questa percezione tradizionale. Già quando Kay muta, in seguito all’incontro con la Regina fredda, i suoi giochi si fanno logici: con una lente d’ingrandimento inizia a studiare i fiocchi di neve, lodandone la perfezione – “è molto più interessante che coi fiori veri. Quando poi la Sovrana lo reclama per sé e Kay la guarda, ammaliato, queste sono le sue considerazioni: “Un volto più intelligente, più splendido non riusciva a immaginarselo”. Addirittura le racconta delle sue velleità aritmetiche, sentendosi uno sciocco, se confrontato a lei, perché “quello che sapeva non era comunque abbastanza.”

Richiami danteschi
Come ho già anticipato, il palazzo della Regina delle Nevi rappresenta l’inferno per il povero e condannato Kay; un inferno che ha sapore di déjà vu. Mi scuso per l’inevitabile ripetizione: Le pareti erano fatte di turbini di neve e le finestre e le porte di vetri taglienti; c’erano più di cento scale, a seconda di come la neve turbinava, la più grande si estendeva per molte miglia tutte illuminate dalla forte aurora boreale, ed erano così grandi, così vuote, così scintillanti. Non c’era mai allegria (…) e dentro, al centro del vuoto e dell’infinito salone di neve c’era un lago gelato, al cui centro sedeva la regina delle nevi quando era in casa, e allora diceva che stava seduta sullo specchio dell’intelletto.” Un’altra prigione, la più orribile fra quelle dei dannati dell’Alighieri, è la più nordica: ghiacciata e incupita dalla brina gelata, si trova al centro della terra, nel punto più lontano dalla luce; la fonte del gelo è il movimento delle ali di Lucifero, immobilizzato nel lago ghiacciato creato dalla sua stessa azione. Il frammento di ghiaccio penetrato negli occhi e nel cuore di Kay viene pianto via grazie all’incontro con Gerda, e a un salmo che la bambina canta, proprio come le lacrime del Lucifero dantesco si mutano sul nascere in vetri taglienti, ferendogli le guance.

Crescita e rinuncia al materiale.
Il viaggio di Gerda che, sostenuta dalla fede – la cristianità è un aspetto, delle fiabe di Andersen, ricorrente ed essenziale – cerca Kay nel vasto mondo bianco è anche metafora di un percorso interiore di crescita. La bambina abbandona la sua realtà confortevole per salvare l’amico, indossando un paio di scarpe rosse – le stesse che, in un’altra fiaba del nostro autore simboleggiano la vanità – a cui, però, rinuncia senza remore, donandole al fiume in cambio di Kay e, anzi, temendo di “non averle gettate abbastanza lontano, tra le onde.” Il primo passo verso l’abbandono di un materiale troppo terreno, vile, disonorevole per un essere umano, è compiuto: è la parte spirituale che andrà a prevalere.

Simona Friuli

Fonti:
-Andersen Hans Christian, Fiabe e Storie, Milano, Giangiacomo Feltrinelli Editore, 2012, p. 224, p. 227, pp 244-245,
-Davidson Peter, L’idea di Nord, Roma, Donzelli Editore, 2005 pp 34-35, pp 65-66, p. 68

 

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