MILEENA OLTRE LA MAGLIA NELLA RETE

Mileena era una bugiarda, una bugiarda inconsapevole, una di quelle mentitrici pervicaci che indulgono al porto sicuro del fasullo perché troppo annoiate – e interiormente morte, può darsi – per dire la verità.
«Come stai?»
«Oh, va tutto splendidamente.»
E potete star certi che andava tutto splendidamente male, per la piccola annoiata renarde. Troppo assuefatta all’ira per potersi salvare – che melodramma! – silenziosamente fagocitata dall’odio, dall’odio per la sua brulicante immaginazione, per il modo deplorevolmente mileenesco in cui sognava senza saper poi fare un passo, in cui non sapeva far altro che fantasticare. Ed era tutto granché noioso, privo di significato a pensarci bene, così, un’atrofica mattina di inizio anno, proprio quando il fardello di speranze percentualmente probabili – ma attuabili? – si fa insostenibile su spalle particolarmente esili, la piccola volpe si posizionò difronte allo specchio della sua alcova e, togliendosi i vestiti, si guardò a lungo; un volo di farfalle le germogliava sulle cosce. Vide le sue ossa, l’intera massa del corpo si era prosciugata in un’inappetenza pacata, timorosa. Vide che non aveva più guance – quasi non si riconobbe – ricordò che non sorrideva mai, e in un impeto di coraggio, reale questa volta, stabilì che si sarebbe liberata, che avrebbe riavuto la carne, che si sarebbe avventurata nel mondo attraverso la proverbiale maglia nella rete, da cui sarebbe passata anche a costo di tinger di ruggine il folto del suo pelo. Come primo atto di ribellione e riconquistata sinuosità volpina, si accanì gelidamente contro un libro del padre “Osservare il cielo” e distrusse la Lira con crescente compiacimento – perché finalmente aveva capito che non si deve cercare la felicità negli astri, né pretendere che essi brillino tra le nostre dita tese – e si sentì subito più bella, come se il corpo le avesse restituito parte della sua forma terrena. Come secondo atto d’insurrezione – da sempre, quando ciò di cui aveva bisogno scivolava oltre la portata dei suoi artigli, diventava mordace – si scagliò contro Vega, che dormiva un sonno di pietra come un passivo eroe fiabesco, strappandolo alla dolcezza della stasi, alla soddisfazione della sua vita apparentemente perfetta in cui ogni cosa era funzionale, controllata, fatta per essere sfoggiata e mostrata, con degna quantità d’orgoglio, a quell’entità greve denominata “altri“. Mileena non ebbe tempo di pensare a ciò che gli avrebbe detto, perché glielo stava già dicendo – e non odiava, forse, questo di lei, l’uomo-stella? Il fatto che fosse tutta impeti e intermittenze? Non era stabile, di lei non ci si poteva fidare, pensava troppo! La vita di lui, placida ed esatta, la irritava oltre ogni misura, così che la dispettosa lo strattonò, metaforicamente data la distanza, e l’obbligò a vederla – anche se lui non la vedeva neppure – e ad assistere a uno dei suoi intollerabili rigetti emotivi. E lo fece, diciamo, con una certa soddisfazione; presumibilmente perché le sarebbe bastato che l’amasse per essere meno arrabbiata, meno annoiata, meno fastidiosamente pungente, e in qualche modo doveva punirlo per questo. Mileena era sempre nel torto: odiava pettinarsi e laccarsi le unghie, e in quella fase della sua vita era vittima di una sonnolenza soverchiante che la faceva acciambellare nel bozzolo-sudario delle coperte come un animaletto in letargo. Troppe cose non andavano: non era cortese, non aveva consapevolezza storica, era troppo poco diplomatica e, soprattutto, non aveva paura – era, insomma, un disastro e Vega avrebbe soltanto voluto far la parte di Ponzio Pilato, ma i denti della volpina, quella mattina, si chiusero sulle sue dita sideree, e non gli concessero d’essere ignavo. La nebbia si stava alzando e il sole l’accendeva, opaca, dall’interno, per abbandonarla subito dopo in un moto di molle incostanza; Mileena iniziò a parlare.
«Credo sia successa una cosa inquietante» esordì, asettica: niente doveva insospettire il suo scaltro e infido interlocutore.
Fetida foschia, fetida foschia, fetida foschia.”
«So bene che è una cosa che capita non di rado – perciò non avrei dovuto pensarmi immune a certe spiacevolezze – ma…» e trasse un intattile respiro profondo, arrestando la corsa delle dita sulla tastiera, per sciogliere le briglie poco più tardi, in una tempesta liberatoria di parole violente «Perché non puoi amarmi? Sono consapevole di averti ricoperto di sarcasmo e di esser stata sgarbata per una quantità di tempo considerevolmente consistente, ma…» non sapeva come continuare: dirgli che lo amava aveva sapore ridicolo – forse doveva essere così? Era così che si parlava d’amore? –  e lei aveva solo voglia di graffiargli a sangue la faccia, fingersi morta e fuggire nel bosco andando a tormentare qualche ingenuo topo di campagna con le sue poderose zampe rosse.
“Si spaventerà – gli uomini si spaventano sempre per cose del genere – e mi lascerà stare.” era una tattica infallibile, di notevole scaltrezza, e degna dell’animale che stava, a poco a poco, diventando. Bisognava capirla: quello era il suo battesimo di certo tardivo e la sua sola preoccupazione era non parlare col cuore, e perdere l’amore di Vega. Di certo, era la dichiarazione sentimentale più bizzarra che fosse mai stata proferita – nella ripetitiva storia dell’uomanità si collocava ben ottava, facendo una stima concreta. Vega aggrottò le sopracciglia pensando di esser vittima di uno scherzo o, ancor più certamente, di un’aggressione verbale. Invece no: Mileena non era stata capita. Nel frattempo aveva cominciato a piovere.
«Ti odio, non tollero più la tua mancanza d’espressione – e so che neppure tu sopporti le mie emozioni.»
Forse non avrei dovuto dirlo in questo modo.”
Non pioveva più.
«La mia assenza d’emozioni, piuttosto. È, a ogni modo, possibile che io ami il modo in cui racconti dei cristalli, del magma fuso dei vulcani, delle cose terrene e di quelle stellari  e non intendo sopportarlo altrimenti.» ringhiò, furibonda. Riuscì a sentirsi al di sopra di ogni sospetto, forse perché aveva condotto il discorso, l’impresa, in maniera estremamente razionale – e l’aveva posta in termini rassicuranti che non avrebbero intimorito troppo il Bugiardo. Adesso aveva fretta di liberarsi e trovava divertente l’inettitudine delle sue stesse parole; si ricordò di essere una scrittrice, che ogni cosa che diceva doveva aver dignità e, in un ultimo, veementemente frettoloso accesso di sentimento, aggiunse che lo odiava abbastanza, che avrebbe voluto probabilmente scriver poesie sulla sua pelle, con le unghie e poi con le labbra, che lo avrebbe voluto guerriero – o quantomeno abbastanza bellicoso da combattere contro di lei e contro la sua ostinazione – e che avrebbe dovuto sorriderle di più, vederla, vederla davvero, e non considerarla un mostro – il mostro che, non di rado, era. E dopo aver eviscerato in qualche altro punto saliente, tutta la pervicacia del suo amore – e avergli parlato senza dargli modo di intervenire, quasi si trattasse di un soliloquio, di Brunilde e Sigurd in un tono sarcastico e pugnace che fece definitivamente credere al malcapitato di essere vittima di uno scherzo – trovò necessario far passare anche la coda attraverso la maglia nella rete e darsi definitivamente alla fuga.
«Perciò addio»
Addio è decisamente poco rassicurante, cambia parola!”
«Perciò arrivederci e…» non sapeva come concludere.
He was burning and bold, he would have her fiercely some day.” No, Ada era fuori contesto.
Each time you happen to me all over again?” Peggio. Perché la letteratura non le era utile in nessun altro modo?
Non riuscendo a trovar delle parole con cui porre una fine conveniente alla loro ultima conversazione, ecco che si diede definitivamente alla latitanza, sperando che Vega ignorasse la necessità del sarcasmo e che intuisse la miseria delle sue condizioni senza addentrarsi in ulteriori interpretazioni. Resurrezione verde: aveva distrutto tutto, era contenta e modestamente compiaciuta dal tono contorto e disturbante del discorso e, ridacchiando come se avesse perduto la ragione, uscì a camminare sotto la pioggia. Cosa ci fosse di divertente non sapeva neppure capirlo, ma divertente lo era – e in somma misura – e Mileena pensò che già il fatto di non averlo ucciso con le sue mani per aver registrato la pioggia per lei, per aver fatto e detto cose prive di peso, fosse lodevole; trovò opportuno ridere ancora, contenta e appagata come una bambina, pensando che nelle poesie nessuno racconta cosa avviene nel momento fatidico in cui è meno acre la ruggine e che sarebbe stata lei a scoprirlo.
Sono una pioniera!”
E non sentì se non un vago torpore quando immaginò – era brava, come vedete, a immaginare soltanto – Vega stordito, ma anche un po’ sollevato, perché si era liberato di lei, perché per perderla non era stato necessario indire una sanguinosa caccia alla volpe, e la sua vita sarebbe tornata controllabile, priva di incognite ballerine e accessi d’ira irragionevole. Tutto aveva di nuovo un ordine prestabilito e Mileena, che aveva ristabilito, che aveva staffilato l’irruenza del caos, era stata – così si sentiva, almeno – eroica.

Simona Friuli

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