SELVAGGIA, una consapevolezza fiera

TITOLO: Selvaggia
AUTORE: Emily Hughes
TRADUTTORE: Maria Chiara Rioli
PAGINE: 38
EDITORE: Settenove
ANNO: 2015

Chi destina gli albi illustrati a un pubblico infantile, così circoscrivendoli e limitandoli, pecca di superficialità. Conoscete Selvaggia, di Emily Hughes? Si parla di senso d’appartenenza, di percezione del sé, di identità. La bambina protagonista – occhi giganti e acquosi, capelli-rovo verde ortica, disordinati, rampicanti: capelli che le fanno da veste, da mantello e da coperta – nasce nel bosco, ed è la cosa giusta.
Il bosco è il luogo cui appartiene. In tal senso l’aggettivo “selvaggio” va a riallacciarsi a questo modo primievo, arcadico di approcciarsi alla foresta – in una forma di coesione a essa essenzialmente pànica. Ma la bambina è selvaggia anche in quanto non-domestica, indomabile: è completa e consapevole della sua identità selvatica. I corvi le hanno insegnato a parlare, gli orsi a nutrirsi e le volpi a giocare: è interamente fusa all’elemento che la circonda, in armonia con la propria indole, ed è perciò perfettamente felice: una joie de vivre che deriva dalla comprensione – Lei capiva ed era felice.” – dell’ambiente che la circonda e da un’immediata e spontanea adesione a esso.
Ma un giorno i capelli della bambina, massima espressione della sua identità, vengono fagocitati da una trappola e così Selvaggia viene strappata alla foresta, che è la sua casa, e trapiantata in un contesto urbano; è adottata, poi, da una coppia di civilizzati e impastoiati umani di città – lui è un inquietante psichiatra, dai metodi decisamente arcaici. Questo momento della storia è essenziale: mette in luce, infatti, la percezione del sé più che definita che ha la bimba. Il nuovo ambiente che la ospita non la rappresenta: la sua nuova famiglia la trova strana e lei trova strani loro. Le attribuiscono una docilità che non le appartiene – simbolico, in tal senso, lo strigliarle e acconciarle i capelli – e fanno di lei oggetto di studio.
Non solo tentano di imporle un’identità che non le appartiene, quindi, ma si fanno rappresentanti di un modo costrittivo d’approccio al sapere, che – e l’estro della Hughes lo pone in netta evidenza, per mezzo delle illustrazioni – non può essere che sterile.

Facevano ogni cosa nel modo sbagliato!/ Parlavano nel modo sbagliato./Mangiavano nel modo sbagliato/Giocavano nel modo sbagliato.”

Ma l’individualità della bambina – che mai mette in discussione la propria percezione del mondo o la propria natura – e il suo modus vivendi autentico e istintivo trionfano: le sovrastrutture che le sono state imposte non sono che fragili impalcature. Selvaggia ne ha presto abbastanza e non si lascia fiaccare dai futili tentativi di imbrigliarla: non comprendendo la nuova realtà che la ospita – “Lei non capiva e non era felice” – sceglie la via della ribellione e, riscattando all’oppressività cittadina anche due infelici animali domestici, fa ritorno alla sua foresta.
Perché non si può domare una creatura così felicemente selvaggia.”

Una storia che tocca il cuore; straordinaria perché ha tanto da insegnare ai lettori più piccoli – la protagonista, tanto forte e combattiva, è una bambina: va da sé che anche i bambini possono lottare contro oppressione e ingiustizia – e tanto da ricordare a quelli più grandi. Selvaggia differisce totalmente dal modello di bambina-oggetto – capelli perfettamente acconciati, modi da “signorina”, nessuna consapevolezza o pretesa d’individualità – che ci viene, solitamente, propinato. Selvaggia è un grido di battaglia, un’incitazione a rispettare la propria identità senza compromessi o infingimenti di sorta: non sempre si nasce, a differenza della protagonista, nel luogo cui apparteniamo o che ci rappresenta. La realtà per noi più giusta dev’essere riconosciuta e raggiunta senza il timore di andare controcorrente – si tratta della nostra felicità interiore ed è  malsano non ascoltarsi. In tal senso un breve estratto di “Donne che corrono coi lupi” della Estés è più che chiarificante.

Non c’è nulla che non vada bene nella anatre, assicuro e neanche nei cigni. Ma le anatre sono anatre e i cigni sono cigni. Talvolta, per meglio chiarire le cose, devo ricorrere ad altre metafore. Mi piace usare quella dei topi. E se fossi stata allevata dal popolo dei topi? E tu fossi un cigno? I cigni detestano il cibo dei topi e viceversa. Non hanno alcun interesse a stare insieme, e se capita non fanno che tormentarsi a vicenda. E se, essendo un cigno, dovessi far finta di essere un topo? E dovessi far finta di essere grigio e peloso e piccolino? E se non avessi una lunga coda sinuosa da inalberare nei giorni stabiliti? E se dovessi camminare come un topo, e invece vai ondeggiando? E se dovessi parlare come un topo , e invece emetti solo grida stridule? Non saresti forse la creatura più infelice del mondo?”

Quanti di noi sentono di non essere nel luogo giusto, o di non avere accanto le persone giuste?
Selvaggia non ha paura di perseguire la propria felicità, a discapito della strada comunemente più percorsa – che abbia scelto la “less travelled road”, di cui parla Robert Frost? – e che la rende spaventosamente infelice, né teme di apparir diversa: è fiera della propria natura, e torna con gioia dai corvi che le hanno insegnato a parlare e dalle volpi e dagli orsi che l’hanno allevata. Il messaggio è importante, soprattutto se si pensa che, malgrado il Doppio Destinatario, la storia è rivolta a un pubblico prettamente infantile: insegna, infatti, ai giovani lettori bellezza e importanza di consapevolezza e fierezza! Selvaggia è una lottatrice – può ispirare una generazione di piccoli liberi pensatori! – e ha vinto, alla fine: non si lascerà intrappolare una seconda volta!
Simona Friuli

 

 

 

 

 

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