I CONSIGLI DI LETTURA DEL MESE

-La casa della gioia, Edith Wharton (rilettura)
-TITOLO: La Casa della Gioia
-AUTORE: Edith Wharton
-TRADUTTORE: Clara Lavagetti Sforni
-PAGINE: 365
-ANNO EDIZIONE: 2012
-EDITORE: La Tartaruga edizioni – Baldini Castoldi Dalai editore

Nell’ipocrita e manierata società del New England – “un corpo rotante che si adatta a un giudizio diverso a seconda della sua posizione nel cielo del singolo individuo” – il lettore assiste impotente all’ascesa, e poi alla discesa, di un animale mondano: Lily Bart. Infelice prodotto di un’educazione improntata al culto del denaro – e di conseguenza del lusso e dell’esteriorità – Lily ha un cuore meno duro della vernice che lo ricopre. È moralmente scissa tra due realtà: la fedeltà al suo ambiente – di cui riconosce la causticità – e il desiderio, quasi una fantasticheria, di vivere una vita autentica, che prescinda da calcolo ed esteriorità. Sarà Lawrence Selden ad aprirle gli occhi conducendola, malgrado l’amore che li lega, verso l’inevitabile tragedia.

Il radar di pipistrello, di montaliana concezione, che la Wharton possiede, la rende un’inveterata smascheratrice: pone l’essere umano sotto una lente d’ingrandimento, lo disseziona con gioia, e lo rivela, al lettore, in tutta la sua nefandezza e imperfezione. Non di rado, davanti a qualcosa di mostruoso non si può distogliere lo sguardo: bisogna che l’abominio a cui si è assistito si imprima a fondo in noi, per provar disgusto sino al termine dello spettacolo – questo ho provato. Avevo già letto La Casa della gioia, e la seconda incursione mi ha turbata più della prima. Solo una penna affilata, cinica e sottilmente perversa come quella della Wharton – amica di Henry James e prima donna vincitrice di un Pulitzer – poteva intrappolare il lettore in una vicenda senza speranza, in cui ogni possibilità di salvezza è preclusa o viziata.
Straziante, acuto, indimenticabile.

 

-La dimora delle bambole, Yukio Mishima (rilettura)
TITOLO: La dimora delle bambole
AUTORE: Yukio Mishima
CURATORE: Lydia Origlia
PAGINE: 141
ANNO EDIZIONE: 2002
EDITORE: SE

Cinque racconti- bolla, privi di dimensione, in cui affiorano le tematiche maggiormente care a Mishima: intreccio tra amore e morte e tra crudeltà e sentimento, commistione di realtà e sogno, caducità della vita.

Dopo un primo incontro con “La dimora delle bambole” – avvenuto nel lontano 2011 – ho ritrovato intatte, in lettura, meraviglia e venerazione: la vis narrativa di Mishima è tale che difficilmente può raccontarsi a parole. Un’opera d’arte innervata da un profondo senso di malinconia, votata all’onirismo – in molti racconti la commistione sogno/realtà ha effetto straniante – e di una decadenza estetizzante caratteristica dell’autore. Se “tutti i mondi sono simili a una fiamma oscillante” e il mutamento è insito nella vita, la morte, data la sua natura perpetratrice, è l’unica soluzione ammissibile; una visione di fondo innegabilmente nichilista si intreccia, così, al dualismo, tipicamente decadentista, tra amore e morte. Nei tre racconti conclusivi Mishima, evocando le atmosfere spettrali del racconti di fantasmi – estremamente cari alla cultura nipponica – fonde sogno e realtà, destabilizzando il lettore e allacciandosi a un’altra tematica caratteristica della sua opera. Lo stile è elegante, delicato nella scrittura e potente nel raccontar l’uomo e le sue inquietudini, quanto nel restituire intatta sulla carta la perfezione della natura – e con la stessa minuziosità della miniatura.
Un capolavoro raffinato, intenso, inebriante e tetro.

-Wilderness, Lance Weller
-TITOLO: Wilderness
-AUTORE: Lance Weller
-TRADUTTORE: Gabriella Tonoli
-PAGINE: 352
-ANNO EDIZIONE: 2016
-EDITORE: Keller

Storia di un reduce della guerra di secessione. Ormai alienato, rispetto alla realtà post-bellica che lo circonda, Abel Truman vive assieme al suo cane, sulla costa del Pacifico, ma tormentosi ricordi lo spingono a mettersi in viaggio un’ultima volta, cercando di affrontare e vincere i propri demoni.

Un romanzo ottimamente scritto, denso di momenti di cruda, rarefatta bellezza, che proietta il lettore nei gorghi senza fondo dell’animo umano. La trama è dipanata con stile danzante ed estremamente vivido: l’impatto visivo è preponderante. La bravura dell’autore consiste nel saper donare distillati d’immagini sospese nel tempo: gocce di pioggia che cadono lente, l’oceano che si agita, il fumo che penzola dai rami degli alberi… Persino le inquietudini e le storture del vecchio Abel, scosso dagli orrori della guerra e dalla tragedia della propria vita, vengono messe su carta con forza veemente; Weller è un fine caratterista: descrizioni minimali servono splendidamente la creazione dei suoi personaggi. I continui sbalzi temporali, e l’incursione di personaggi secondari – a volte mere comparse – non sono, tuttavia, efficaci quanto sperato e vanno a rallentare e a sincopare il magnifico ritmo di una storia che non necessitava intrusioni, vista l’altalena temporale. È un espediente che, secondo me, pur essendo ideato per movimentare, non fa che disturbare; alcuni personaggi, oltretutto, avrebbero meritato spazio maggiore – Grant in primis – proprio perché l’abilità dell’autore è tale da creare, con qualche tratteggio, ritratti vivamente particolareggiati. Con qualche accortezza in più si sarebbe potuto fare, di un’ottima opera, qualcosa di indimenticabile.
Rarefatto, solenne, sincopato.

Simona Friuli

Leave a Reply

Your email address will not be published. Required fields are marked *

*