Orso di pezza: la storia

La nascita del “Teddy’s Bear”
Il presidente americano Teddy Roosevelt era un appassionato cacciatore in special modo dell’orso grigio, simbolo dei nativi americani; scrisse addirittura tre saggi sulla sua sportività, raccolti in “The wilderness hunter” e “Outdoor Pastimes of an american hunter”. La caccia grossa attestava, malgrado fosse cagionevole di salute, la sua tempra vigorosa e la sua virilità, e in America allora non c’era caccia più temeraria di quella dell’orso grigio, né creatura più virile da catturare. Proprio una spedizione di questo genere portò Roosevelt, nel 1902, alle foreste del Mississipi: il presidente, però, non ebbe fortuna e i cacciatori al suo seguito, pensando di fargli cosa gradita, catturarono e legarono un rognoso esemplare di orso bruno, offrendolo inerme al suo fucile. Roosevelt si rifiutò con grande indignazione: era contro la sua sbandierata sportività ammazzare una creatura a sangue freddo. Uccidere esemplari femmine non era considerato sufficientemente virile, anche prima che fosse vietato: è possibile che anche questa sia stata una delle ragioni per cui la vittima fu disdegnata. A ogni modo l’incidente venne riportato dai giornali, e il vignettista del Washington Post, Clifford Berryman, lo utilizzò per commentare l’atteggiamento del presidente verso la questione razziale.
Un episodio che ebbe consistente risonanza, tanto che Morris Michtom, futuro fondatore della Ideal Toy Company, lo utilizzò per battezzare la novità prodotta quell’anno per Natale, etichettandola «Teddy’s Bear». È comico che la sete del presidente di competere con le più grosse bestie della foresta selvaggia abbia dato vita al più domestico dei giocattoli: l’orsacchiotto di pezza. Ma, a ben riflettere, la contraddizione non è così profonda: nella foresta americana Roosevelt inseguiva la virtù, la riportava a casa sotto forma di animali morti, e così facendo ha ispirato il balocco che maggiormente riporta la dimensione selvaggia nella stanza dei giochi. Il successo degli orsacchiotti di pezza fu indicibile: nel 1907, non appena il fabbricante tedesco Steiff iniziò a produrli anche in Europa, ne fu venduto circa un milione.

Da allora molti eroi della letteratura per ragazzi sono diventati orsacchiotti: Rupert Bear, Winnie-the-Pooh, Paddington, Sooty e altri. Una popolarità che non si limitò ai bambini, coinvolgendo anche il poeta inglese John Betjeman, che dedicò molte poesie all’orsacchiotto della sua infanzia, ed Evelyn Waugh, che immortalò Aloysius, l’orso di Sebastian Flyte, in Brideshead Revisited. Da allora i fabbricanti di giocattoli si sono sbizzarriti: nella sola America sono trentacinquemila i collezionisti di orsacchiotti che si contendono i pezzi rari: i primi modelli vengono battuti all’asta a migliaia di dollari e, nel 1989, un modello Steiff degli anni venti è stato aggiudicato a 550 000 dollari.

L’orso come simbolo: una storia crudele
Nell’immaginario medievale l’orso era considerato il Re delle Bestie, il più grosso e terrifico animale delle foreste occidentali, tanto che era un simbolo di potere nell’araldica feudale; era emblema reale totemico dell’Occidente celtico e germanico e, insieme al lupo, dominatore dell’ambiente letterario-orale inerente alla foresta.

Diebold Schilling the Younger – Spiezer Chronik (XV secolo)

Agli occhi di quel primitivo favoleggiare – i romanzi cavallereschi medievali – l’orso rappresenta il totem dell’uomo selvaggio ed è emblema della potenza e della selvatichezza della natura; un’opera come Valentine and Orson, che sopravvive in una traduzione inglese del XIV secolo di una precedente versione francese, raffigura la lotta e la riconciliazione di due gemelli, uno dei quali è allevato da un’orsa, allo stato selvaggio. Era “la bestia che cammina come un uomo”, non solo per il suo incedere in posizione eretta, ma perché onnivoro come l’essere umano. L’orso, nel XV e XVI secolo si accostò, poi, al vizio dell’Ira e prometteva bellicosità: la sua pronta furia nella vita reale ne faceva un’ambita preda – Elisabetta I osservò piacevolmente un gruppo di mastini divorare tredici orsi in un solo giorno. Nel XVII secolo, invece, l’animale visse una vera e propria catabasi, nell’immaginario collettivo – almeno rispetto alla sua originaria statura di Re delle Bestie! Gli orsi venivano, infatti, derisi e messi a danzare in catene perché la loro goffa imitazione dell’agilità umana ne faceva figure comiche. Un orso di scena non era né bestia, né cucciolo domestico: lo si poteva indurre a soddisfare i desideri del padrone, ma fino a un certo punto. Per ragioni tanto simboliche ed empiriche questi animali sopravvivono come animali da preda in molte fiabe, come ad esempio Riccioli d’oro. Nel XIX secolo cominciò quindi a rafforzarsi la tendenza a considerar l’orso un compagno di giochi. Nel tradizionale racconto nordico A est del sole, a ovest della luna, un orso bianco giunge alla fattoria di un pover’uomo e chiede la mano della figlia, situazione che ricorre nel folclore di molte tribù indigene del Nord America. Proprio nello stesso secolo gli orsi cominciarono ad apparire negli zoo e persero la loro fama brutale: cambio di sensibilità e la mostruosità della bestia svanisce. William Lyman Underwood cavalca l’onda della percezione mutata e, nel 1921, pubblica “Wild Brothers”. La storia di un cucciolo d’orso allevato come essere umano, che prima avrebbe provocato sdegno e rivolta morale, diventa così nobile parabola dell’armonia del creato.

Le fotografie sono accattivanti e straordinarie e contribuirono, sebbene non in totale compiutezza, ad assottigliare il confine tra bestia e uomo.

 L’orso di peluche oggi
Un orso di pezza non è che un oggetto transizionale solitamente insostituibile –
D. Winnicot – che un bambino sceglie per avere conforto, tenendolo con sé durante l’infanzia. E sono proprio i genitori a offrire orsetti e altri animali: si è rapidamente affermata l’idea che nel crescere ci si debba lasciare alle spalle il proprio lato animale, mentre i bambini hanno ancora la fortuna di potervi stare vicino. E proprio oggi Emanuela Di Pasqua, su Il Corriere, riporta gli studi di un team di ricerca nipponico che ha scientificamente dimostrato l’importanza che l’animaletto di peluche ha nel sonno e nell’apprendimento del bambino. Nella ricerca promossa da Okayama University, Kanazawa University, Osaka Institute of Technology e Kyushu University, si dimostra che i peluche incentivano la lettura e i comportamenti sociali. “Questi compagni di gioco, in un’età in cui la fantasia non ha ancora confini, diventano di volta in volta protagonisti dei racconti, proprio come alcuni personaggi delle favole, e interlocutori con i quali dialogare e ai quali raccontare le fiabe. I ricercatori giapponesi lo hanno dimostrato osservando un piccolo campione di 42 bambini di età prescolare, coinvolti in una sorta di pigiama party in biblioteca . Dal monitoraggio è risultato infatti che i piccoli mostravano maggior curiosità nella lettura se motivati proprio dal fatto di poter raccontare ai loro giocattoli le storie ritratte nei libri.
L’orsetto può diventare amico, bibliotecario e alleato – e tutto
è nato da una battuta di caccia. Paradossale!

Simona Friuli

Fonti:
-AA.VV, La Bella e la Bestia – quindici metamorfosi di una fiaba, Roma, Donzelli Editore, 2002, pp. 346-349, pp. 350-353
-Di Pasqua Emanuela, I bambini imparano a leggere più in fretta con l’orsetto, 6/04/2017, http://www.corriere.it/salute/pediatria (ultima consultazione: 6/04/2017)

 

 

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